Bambino armato e disarmato
in una foto senza felicità
sfogliato e impaginato
in questa vita sola che non ti guarirà.
Crescerò e sarò un po’ più uomo
ancora un’altra guerra mi cullerà
Crescerò, combatterò
questa paura che ora mi libera.
Milioni sono i bambini stanchi e soli
in una notte di macchine,
milioni tirano bombe a mano ai loro cuori
ma senza piangere.
Ragazzini corrono
sui muri neri di città,
sanno tutto dell’amore
che si prende e non si dà,
sanno vendere il silenzio, il male
la loro poca libertà,
vendono polvere bianca
ai nostri anni e alla pietà.
Bambini, bambini
Bambino, in un barattolo è rinchiuso
un seme come una bibita
lo sai che ogni tua lacrima futura
ha un prezzo come la musica.
Io non so quale bambino
questa sera aprirà ferite e immagini,
aprirà porte chiuse e una frontiera
in questa terra di uomini,
terra di uomini. Ma dimmi
qual è la piazza a Buenos Aires
dove tradirono tuo padre
il tuo passato assassinato ormai
desaparecido.
Ragazzini corrono
sui muri neri di città,
sanno tutto dell’amore
che si prende e non si dà,
sanno vendere il silenzio, il male,
la loro poca libertà,
vendono polvere bianca
ai nostri anni e alla pietà.
Bambini, bambini
Bambino armato e disarmato
in una foto senza felicità
sfogliato e impaginato in questa
vita sola che ti sorriderà
Gabriele D’Annunzio
Nella cala tranquilla
scintilla,
intesto di scaglia
come l’antica
lorica
del catafratto,
il Mare.
Sembra trascolorare.
S’argenta? S’oscura?
A un tratto
come colpo dismaglia
l’arme, la forza
del vento l’intacca.
Non dura.
Nasce l’onda fiacca,
sùbito s’ammorza.
Il vento rinforza.
Altra onda nasce,
si perde,
come agnello che pasce
pel verde:
un fiocco di spuma
che balza!
Ma il vento riviene,
rincalza, ridonda.
Altra onda s’alza,
nel suo nascimento
più lene
che ventre virginale!
Palpita, sale,
si gonfia, s’incurva,
s’alluma, propende.
Il dorso ampio splende
come cristallo;
la cima leggiera
s’arruffa
come criniera
nivea di cavallo.
Il vento la scavezza.
L’onda si spezza,
precipita nel cavo
del solco sonora;
spumeggia, biancheggia,
s’infiora, odora,
travolge la cuora,
trae l’alga e l’ulva;
s’allunga,
rotola, galoppa;
intoppa
in altra cui ‘l vento
diè tempra diversa;
l’avversa,
l’assalta, la sormonta,
vi si mesce, s’accresce.
Di spruzzi, di sprazzi,
di fiocchi, d’iridi
ferve nella risacca;
par che di crisopazzi
scintilli
e di berilli
viridi a sacca.
O sua favella!
Sciacqua, sciaborda,
scroscia, schiocca, schianta,
romba, ride, canta,
accorda, discorda,
tutte accoglie e fonde
le dissonanze acute
nelle sue volute
profonde,
libera e bella,
numerosa e folle,
possente e molle,
creatura viva
che gode
del suo mistero
fugace.
E per la riva l’ode
la sua sorella scalza
dal passo leggero
e dalle gambe lisce,
Aretusa rapace
che rapisce la frutta
ond’ha colmo suo grembo.
Sùbito le balza
il cor, le raggia
il viso d’oro.
Lascia ella il lembo,
s’inclina
al richiamo canoro;
e la selvaggia
rapina,
l’acerbo suo tesoro
oblìa nella melode.
E anch’ella si gode
come l’onda, l’asciutta
fura, quasi che tutta
la freschezza marina
a nembo
entro le giunga!
Musa, cantai la lode
della mia Strofe Lunga.
Technology changes, humans nature don’t
http://www.slideshare.net/darmano/the-microsociology-of-networks